Ho cercato di scrivere libero, attenendomi ai fatti, ma lasciando inevitabilmente trapelare le mie opinioni, indipendentemente da quelle di chi legge. Se così facendo ho offeso qualcuno, non era mia intenzione e me ne scuso sinceramente (ogni riferimento a persone e fatti reali è puramente casuale!).
Purtroppo il diario che ho scritto giorno per giorno in viaggio è andato perso per un banale errore e questo è stato quindi riscritto a più di un mese di distanza, perdendo in immediatezza ed acquistando probabilmente qualche errore e dimenticanza: perdonatemi.
"La via più breve per giungere a se stessi gira intorno al mondo", Hermann Keyserling
"Il mondo è un libro e quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina", Sant'Agostino
" Quando èramo in questo golfo vedessimo una croce de cinque
stelle lucidissime, dritto al ponente e sono giustissime una con l'altra.
" Antonio Pigafetta, sulla Croce del Sud
Dal finestrino vedo la Croce del Sud, bassa sull'orizzonte ma nitidissima e saluto anch'io l'altro emisfero. Dormo abbastanza, mentre Carla soffre il poco spazio. Comunque basta sbarcare a Santiago perché l'atmosfera cambi: c'è un bel sole caldo ed un'aria abbastanza limpida per una città normalmente molto inquinata. Mentre si completano le operazioni di arrivo, aiuto Andreina a recuperare il golf che aveva lasciato a bordo. Poichè domani, essendo sabato, la dogana sarà chiusa, gli organizzatori decidono di andare subito a Valparaiso a recuperare le moto. Alcuni passeggeri, soprattutto donne vanno direttamente in albergo a Santiago, mentre noi guidatori ci imbarchiamo in un autobus verso la costa. Non fatico molto a convincere Carla a venire con me, insieme a qualche altra avventurosa. L'arrivo nella stupenda conca di Valparaiso non delude i miei ricordi. C'è un sole meraviglioso che, una volta tanto, ha vinto la nebbia, causata dal freddo oceano, e le case colorate della collina brillano particolarmente. Andiamo subito alla dogana, un bell'edificio storico accanto ad una funicolare. Lì si parla solo burocratese e c'è un'impiegata anziana che ci confessa uno per uno. Deve solo controllare che il nome sul nostro passaporto corrisponda a quello del proprietario della moto sul Carnet des Passages en Douane, ma ha un gusto particolare nel fare domande personali e nel rileggere le carte varie volte (quando si dice fare il lavoro con passione...). Per fortuna l'organizzazione fornisce una simpatica signora che riesce a sveltire le operazioni e parla bene italiano (ha avuto un fidanzato di Bergamo). Ho la ventura di essere confessato fra i primi. Poi, finalmente libero, vado con Carla in un ristorantino poco lontano a mangiare degli ottimi gamberetti all'aglio. Intanto le operazioni vanno ovviamente per le lunghe: dovrò abituarmi al fatto che anche la minima procedura, se ripetuta per 30 moto richiede inevitabilmente tempo, a meno che non si faccia in parallelo invece che in serie. Abbiamo quindi il tempo di fare un'altra passeggiata ad un mercatino locale. Si ferma un furgoncino e i passeggeri molto gentilmente mi avvertono di stare attento che non mi rubino la macchina fotografica. Francamente a me non sembra una situazione particolarmente pericolosa, forse è solo che i locali hanno un gusto storico per i contatti con gli stranieri. Compro delle banane che mangiamo insieme agli altri rimasti alla dogana. Finalmente ci spostiamo tutti al porto, dove Seba apre il container con le moto e le tira fuori aiutato da un muletto e da noi proprietari. La mia, che non ho ancora mai visto, è bellissima, meno plasticosa delle nuove e piace anche a Carla, l'unico difetto è che manca la maniglia per il passeggero. I portuali insistono perché partiamo tutti insieme ed effettivamente la scena di 30 moto rombanti tutte insieme è unica. Non dura molto perchè già al primo distributore ci sgraniamo in vari gruppetti e così arriviamo a Santiago alla spicciolata, un buon modo per evitare code fra di noi. L'albergo è proprio davanti alla zona pedonale del centro e vado subito a farmi una passeggiatina. A cena Luca ci illustra il percorso di domani, forte del suo precisissimo road book, di cui ognuno di noi ha già una copia.
"La sera era bella e l'atmosfera così limpida che gli alberi delle navi all'ancora nella baia di Valparaiso, anche se distanti non meno di 26 miglia, erano chiaramente visibili come sottili strisce nere." Charles Darwin
Giornata libera a Santiago dove sono stato molte volte per lavoro (qui
in Cile ci sono i migliori osservatori dell'emisfero Sud) e non ho
difficoltà a decidere cosa fare con una moto a disposizione.
Partiamo quindi presto per il Cajon del Maipo una stretta valle che si
inoltre fra le Ande verso Sud-Est. Siamo ancora dentro Santiago e
succede una buffa scena, per fortuna senza conseguenze. Ad un
avvallamento della strada Carla rimane con le due borse laterali nelle
mani e deve usare una testata per avvertirmi di fermarmi. E' successo
che, visto che manca la maniglia del passeggero, ho chiesto a Seba come
si poteva ovviare. C'è stato un malinteso ed ho capito che si
potevano tenere le maniglie delle borse in posizione verticale, in modo
che Carla ci si potesse attaccare. Solo che con le maniglie verticali
le borse non sono più attaccate ai supporti e si sfilano
facilmente verso l'alto! La giornata è bellissima e la valle
molto verde. Ci fermiamo a San José de Maipo per avere
informazioni. L'ufficio del turismo è chiuso e ripieghiamo sulla
caserma dei Carabineros, che sono gentili, ma non particolarmente
informativi. Per fortuna troviamo una cartina in un bar. Dopo San
Gabriel la strada diventa sterrata e saliamo a sinistra lungo il Rio
Yeso. Il paesaggio è ora molto brullo e montagnoso con varie
cascate ai lati della valle. Dopo un piccolo guado, arriviamo alla diga
che chiude l'Embalse del Yeso, un lago artificiale. Lo costeggiamo
tutto, saliamo un po' dall'altra parte e poi decidiamo che è ora
di tornare a familiarizzare con i nostri compagni di viaggio. Poco dopo
San José ci fermiamo a mangiare delle buone empanadas cotte in
un forno di fango. Arriviamo a Santiago in albergo giusto in tempo per
la partenza del tour organizzato. Saliamo sul più piccolo dei
due autobus, dove c'è una guida locale, che parla bene italiano.
Ci porta alla Moneda, il palazzo dove è morto Allende, poi nella
piazza centrale con la Cattedrale ed infine al Cerro Santa Lucia ad
ammirare la vista della città, il tutto inframmezzato da buffe
concioni politiche con i più impegnati di noi.
"Una mappa del mondo che non comprenda il paese dell'Utopia è indegna finanche di uno sguardo." Oscar Wilde
Con Renato, Francesco e Tina decidiamo di non seguire il percorso
programmato, che parte sull'autostrada Panamericana verso Sud, ma di
fare un pezzo dell'autostrada 78 verso il mare fino a Melipilla e poi
prendere la strada normale in direzione Sud-Ovest verso Litueche. Il terreno
è abbastanza vario e collinoso e ci fermiamo a far foto sulla
grande diga che chiude il lago Rapel. Arriviamo sull'oceano a
Pichilemu, dove c'è la solita nebbia del Pacifico. E' un paese
con molti surfisti, ma hanno l'aria un po' sparuta: lo credo, con
questa nebbia. Proseguiamo verso Sud lungo la costa e la strada diventa
sterrata. La nebbia che si condensa sugli alberi e cade sulla strada
crea del fango fastidioso e Francesco e Tina cadono, per fortuna senza
gravi conseguenze. A Bucalemu ci ricongiungiamo con il percorso
previsto e troviamo i bolognesi che sono già arrivati. Andiamo
tutti a pranzare in un ristorante e poi si prosegue per la Reserva
Nacional Laguna Torca. Il posto è bello con varie lagune
interne, divise da colline coperte di eucalipti. Siccome ci siamo un
po' allontanati dal mare, la nebbia ha lasciato il posto ad un sole
caldo e, quando dopo Licantén la strada prevista torna verso il mare
reimmergendosi nella nebbia, decidiamo di andare invece a prendere
l'autostrada a Talca e poi la seguiamo fino a Chillan e Concepcion.
La giornata di moto è stata molto lunga e Carla è così stanca che decide
di non venire al cenone. Io ci vado in pullman insieme agli altri.
Il ristorante è sull'acqua del golfo interno di Concepcion ed è
piuttosto piacevole. Ceno vicino a Renato, che festeggia anche
l'inizio della pensione, ed alle due coppie di bolognesi.
Le portate vanno a rilento, anche perché una parte di noi arriva molto
tardi, e la mezzanotte ci coglie con la carne nel piatto.
Poi ci sono dei bei fuochi d'artificio sulla baia ed altri dietro la collina.
"La Spagna entrò fino al Sud del Mondo. Affaticati, gli alti
Spagnoli esplorarono la neve. Il Bìo-Bìo, fiume profondo,
disse alla Spagna: "Fermati". Il bosco di maitene, i cui fili verdi
scivolano come tremore di pioggia, disse alla Spagna: "Non continuare".
L'alerce, titano delle frontiere silenziose, disse in un tuono la sua
parola. Però, fino al fondo della mia patria, pugno e pugnale,
l'invasore arrivava." Pablo Neruda
Si abbandona definitivamente il Pacifico e ci si inoltra verso Sud-Est. La strada segue l'ampio estuario del Rio Bìo-Bìo, che rimane largo per molti chilometri e diventa quasi paludoso, in un ambiente molto pittoresco. Il programma prevederebbe una lunga deviazione verso Est, fin quasi al confine con l'Argentina per vedere le cascate del La Laja. Con Renato, Francesco e Tina decidiamo invece di proseguire verso Sud per avere più tempo per vedere la zona del lago Villarica all'arrivo. Prendiamo quindi l'autostrada 5 a Collipulli e la seguiamo fino a Freire. L'autostrada, già nota, è molto bella e scorrevole, se non fosse che nelle curve hanno avuto la buona idea di scavare delle righe che con la moto sono abbastanza insidiose. Comunque i vulcani delle Ande che ci scorrono sulla sinistra forniscono un paesaggio bellissimo. Ci fermiamo a pranzare a Villarica da un modesto paninaro ed arriviamo quindi assai presto al meraviglioso albergo di Pucon, dove festeggiamo nella enorme hall dell'albergo con un'ottima bottiglia di vino offerta da Roberto. La nostra stanza è una suite lussuosissima, ma resistiamo alla tentazione di sbracarci e ripartiamo per visitare il vulcano Villarica, anche se è immerso nelle nuvole. Uno sterrato in salita ci porta fino al parco delle grotte vulcaniche, che però è chiuso. Riusciamo a convincere una simpatica guida a farci entrare lo stesso. E' studente a Santiago e d'estate guadagna un po' di soldi facendo la guida. Ci porta a vedere un tunnel nella lava ed un grande canyon scavato da lava mista a neve. Lo spettacolo è assai suggestivo con la lava nera, la foresta molto verde ed una stupenda vista sul lago. Anche il vulcano decide di uscire dalle nuvole con la sua cima regolarissima e fumante. Ridiscendiamo verso Pucon e risaliamo un'altra valle più a Est per andare a vedere due bellissime cascate (la China e il Leon) immerse nella foresta fra arcobaleni e il canto di uccelli australi. Risaliamo fino ad un alberghetto nel bosco (Termas de Palguin) e, finalmente paghi, torniamo in albergo per la cena. In questo albergo meraviglioso, parcheggiamo le moto in una sala con moquette. Chiamo Jorge al cellulare e ci accordiamo di vederci domani sera da lui.
"Noche, nieve y arena hacen la forma de mi delgada patria (notte, neve e sabbia fanno la forma della mia magra patria)", Pablo Neruda
Mi sveglio presto perché la giornata è stupenda ed esco
a fare una passeggiata sulla riva del lago e nella cittadina ancora addormentata,
aspettando che aprano i negozi per comprare delle viti e dei ponticelli per
fissare il supporto del GPS alla moto. Quando finalmente torno in albergo,
fra una cosa e l'altra siamo gli ultimi a partire. Torniamo verso Villarica e
poi verso Sud a Lican Bay sul lago Calafquen. Il paesaggio è stranamente
svizzero, con laghi, monti e foreste, se non fosse per il maestoso vulcano
Villarica che ci segue per un buon tratto. Nella sua regolarità ha un
cambio di pendenza subito sotto alla cima che lo rende ancor più affascinante.
Scavalchiamo altre colline ed arriviamo a Panguipulli sul lago omonimo.
Da lì andiamo a prendere la solita autostrada 5 a Los Lagos e la
seguiamo fino a Osorno, dove iniziano le istruzioni molto precise di Jorge.
Prima a Sud-Est verso Puerto Octay con il regolarissimo vulcano Osorno di fronte.
Poi una cinquantina di km di sterrato ci portano a costeggiare il lato Sud del
lago Rupanco, passiamo Puerto Rico e quasi in fondo arriviamo alla casa di Jorge,
dove eravamo già stati con i ragazzi una decina di anni fa. Jorge e
sua moglie Tetè ci sono venuti incontro lungo la strada ed è molto
bello ritrovarli in questo posto ameno e selvaggio allo stesso tempo. Ci offrono un
graditissimo pranzo sulla veranda della loro elegante casa di legno, proprio davanti
all'alerce che dieci anni fa avevo portato giù da un ghiaione al ritorno
da una passeggiata al vulcano Puntiagudo. Ha l'aria di stare benone piantato nel
loro giardino e non è molto cambiato, perché gli alerce crescono lentissimi.
C'è anche Gabriel, il loro figlio più giovane e la loro nipotina
Chiara, figlia di Lara, che era a Monaco con noi. Andiamo a fare una siesta sulla spiaggetta
davanti a loro e poi, mentre Jorge e Gabriel escono in Laser, io vado in kajak con
Tetè, che mi porta a vedere la nuova casa che si sta costruendo Daniel Hofstadt, un
ingegnere dell'ESO che conosco bene. Jorge e Tetè non faticamo molto a
convincerci a rimanere a dormire da loro e dopo vari inutili tentativi di chiamare Luca
con il cellulare di Carla, finalmente riusciamo ad avvertirlo con il vecchio cellulare
analogico di Jorge. Gabriel mi aiuta a montare il GPS sulla moto, ma quest'ultimo non vuol
proprio capire che siamo nell'altro emisfero. Tetè ci prepara un'ottima cena
e passiamo una bella serata davanti al fuoco chiacchierando e guardando foto. Finalmente
andiamo a dormire in soffitta con la luna che ci guarda attraverso l'abbaino.
A colazione Carla prende la mistura di musli fatta da Jorge, mentre io
preferisco il pane fatto da Tetè con il miele. Non mancano i
lamponi dell'orto. Viene il momento di partire, anche se Chiara non
capisce perché dobbiamo andare via così presto, visto
che siamo appena arrivati. Evidentemente la giovane Chiara non conosce
ancora l'ansia di viaggiare. Dopo lunghi saluti ed una visita all'orto,
anche Carla si convince a partire e siamo di nuovo sullo sterrato lungo
il lago. Lo percorriamo tutto fino all'estremità Ovest del lago
stesso, dove voltiamo a Nord verso Entre Lagos. Intanto il vulcano
Puntiagudo è uscito dalle nuvole e ci saluta. A Entre Lagos ci
fermiamo a prendere un caffè ed arrivano anche Renato e gli
altri con cui ci ricongiungiamo felicemente e proseguiamo verso il
confine con l'Argentina. Qui le Ande sono molto più basse che
a Nord, ma sempre suggestive. Al confine, oltre alle postazioni dei
doganieri, c'è il banchetto di una donna che ci fa un'assicurazione
per la moto, obbligatoria in Argentina. Le altre pratiche
doganali si risolvono abbastanza rapidamente con solo un paio di code.
Poi la strada scende con belle curve verso il lago Nahuelhuapi e ci
fermiamo in un ristorante con bellissima vista per il pranzo. Fortuna
che la vista è bella perché l'attesa è
lunghissima, ma non abbiamo fretta. Infatti poi bisogna solo girare
intorno al lago per arrivare a San Carlos de Bariloche. Qui il vento
patagonico comincia a farsi sentire. Lascio Carla in albergo e vado a
fare il giro del Llao Llao, una penisola sul lago molto pittoresca,
dove trovo i 3 ragazzi, anche loro irriducibili visitatori. Al ritorno
passo per il Cerro Catedral, stazione sciistica del posto. Ceniamo con
Flavia e Marco e poi la nostra passeggiata digestiva viene respinta dal
forte vento.
"Eso nomas son las cumbres cordilleranas: gritos petrificados (le cime della cordillera non sono altro che grida pietrificate), Atahualpa Yupanqui
Si parte verso Sud lungo il lato Argentino delle Ande, che è
più brullo di quello cileno, anche se a tratti ci sono anche qui
dei bellissimi boschi. A El Bolson prendiamo una deviazione a destra
per il lago Puelo ed arriviamo alla sua estremità
settentrionale. Il lago è pittoresco, chiuso fra i monti, ma,
forse per il vento, non ci ispira gran che e dopo una breve passeggiata
ripartiamo. La sera sapremo che Giorgio e Patrizia hanno fatto una
bella gita in gommone fino al confine con il Cile. Dopo Epuyen giriamo
a destra per un lungo sterrato che ci porta al parco degli alerce.
L'arrivo al lago Rivadavia all'ingresso del parco è spettacolare
e ci fermiamo poco dopo a pranzare in un campeggio sul lago.
Costeggiamo tutto il lago fino ad arrivare alla confluenza con il lago
Menendez e con il lago Futalaufquen. Questo è un posto magico
e ci fermiamo per una bellissima passeggiata, che, traversato un ponte
sul rio Arrayanes, ci porta in un bel bosco di alerce ed altre piante
australi fino a sbucare sul lago Menendez, in fondo al quale ammiriamo
una bella montagna coperta da un ghiacciaio. Il sentiero del ritorno
costeggia il lago Verde ed è proprio vero: qui ogni lago ha il
suo colore molto particolare, ben distinto da quello degli altri.
Ripartiamo e lo sterrato costeggia il lago Futalaufquen. Incontriamo
Luca e Daniele che si godono lo spettacolo di una bella cascata e
proseguiamo fino in fondo al lago dove c'è il paesino turistico
di Villa Futalaufquen. Qui riprendiamo la strada asfaltata fino a
Esquel, arrivo della tappa odierna.
"In solitudine estrema ciascun albero sta pateticamente smarrito", Jorge Luis Borges
Si parte verso Sud-Est per una strada asfaltata, di cui non ricordo
gran che, fino a Sarmiento, dove ci fermiamo per pranzo in un buon
ristorante di carne e dove troviamo quasi tutti gli altri. Dopo pranzo
prendiamo da soli uno sterrato verso Sud, che in una trentina di km ci porta
alla riserva del bosco pietrificato José Ormachea. Il posto
è molto suggestivo: da una larga pianura brulla si arriva ad una
scarpata coloratissima solcata da varie vallette. Sulla più
grande di queste, la valle della Luna, c'è la riserva. Ci
troviamo i 3 ragazzi, che evidentemente hanno una predilezione per i
posti più belli. Loro hanno già fatto la visita e
mangiano dei panini. Quindi ce ne andiamo per conto nostro per la
riserva e troviamo subito i tronchi pietrificati, affioranti dal
terreno siliceo. Lo spettacolo è così bello, che, mentre
Carla rimane lungo la strada mi inerpico su per un pendio coloratissimo
e lo spettacolo dall'alto è primordiale. Finalmente mi accorgo
che Carla è salita su un pullmino che fa il giro del parco e
sono venuti a prendermi sotto il pendio. Li raggiungo ed insieme
scendiamo nella valle della Luna, dove vediamo una volpe ed una
famigliola di Nandù, gli struzzi locali (ave estrucio).
Rimarremmo qui più a lungo, ma è l'ora di andare e ci
facciamo spiegare la strada per Comodoro Rivadavia, che non torna a
Sarmiento, ma va un po' a Sud e poi a Est. Sarà anche più
corta, ma lo sterrato di più di 50 km è
terribilmente ghiaioso ed impegnativo per la concentrazione. Finalmente
torniamo sull'asfalto ed arriviamo a Commodoro senza danni.
"Pampa: chiara come la luna, spianata come l'acqua la tua verità sta nel simbolo. So che ti van squarciando e i solchi e gli stradoni e il vento fatto pungolo. Pampa sofferta e maschia che dilaghi nei cieli, ignoro se tu sia la morte. So che mi alberghi in petto." Jorge Luis Borges
Foto, Foto di Carla 1-5 gen., Torna all'indice
Esco a comprare un cavo per l'alimentatore del MacBook, in quanto si
è rotta la sua spina originale e poi partiamo verso Sud. Prima di
abbandonare Commodoro, facciamo un giro nella parte alta della città
che ha una bella vista sull'oceano Atlantico. La strada
costeggia l'oceano per un'ottantina di chilometri e poi a Caleta Olivia
si addentra nell'interno, sempre pampa abbastanza piatta. Ci fermiamo a
Fitz Roy per fare la benzina necessaria per la deviazione verso il
bosco pietrificato di Jaramillo, ma il distributore è fuori
uso. Dopo un po' di ricerche finalmente troviamo il proprietario di
un'officina che ci vende benzina da delle taniche: è un po' cara,
ma provvidenziale. Infatti dopo altri 70 km di asfalto prendiamo uno
sterrato sulla destra che in 50 km ci porta al parco del bosco
pietrificato. La strada è molto bella con vari branchi di
guanachi, anche se l'arrivo è meno spettacolare di quello al
bosco pietrificato a Sud di Sarmiento. A questo parco arriviamo da
sopra ed è su un dolce pendio degradante verso una valle molto ampia.
Mangiamo il nostro picnic su un tavolo fuori dagli uffici dei custodi.
Ci spiegano che qui i tronchi derivano da alberi cresciuti in loco, al
contrario del parco di Sarmiento, dove, dicono, i tronchi sarebbero
stati trasportati dal movimento di un ghiacciaio. La cosa non mi
convince perché i tronchi per pietrificarsi devono essere stati
sepolti improvvisamente da cenere vulcanica durante un'eruzione e poi
essere rimasti sepolti per molti secoli o millenni, per dar tempo alla
cenere silicea di insinuarsi fra le fibre vegetali e trasformarle in
pietra. Poi è abbastanza chiaro che, quando i tronchi
pietrificati vengono riportati in superficie dalle piogge e dal vento,
si disgregano poi in breve tempo per l'azione degli agenti atmosferici.
Non vedo come e quando in questo processo i tronchi possano essere
stati trasportati lontano da un ghiacciaio, senza interrompere il
processo di pietrificazione e senza disgregarli. Comunque i tronchi qui
sono ben più grandi e meglio pietrificati di quelli di
Sarmiento, anche se il paesaggio circostante è meno
impressionante, pur restando molto suggestivo. Facciamo tutto il
percorso a piedi previsto e, mentre Carla rimane su un'altura ad
osservare con il binocolo un gruppo di guanachi, mi spingo più
avanti, semplicemente perché non so resistere al potente
richiamo di un paesaggio desertico. Non posso però neanche
lasciare Carla sola troppo tempo (è pure proibito uscire dal
percorso segnato!) e torno da lei. Riprendiamo la moto, ma invece di
tornare subito indietro, proseguiamo sullo sterrato verso Ovest fino ad
arrivare alla scarpata che scende verso un fiume. Poi torniamo indietro
per lo stesso sterrato fino alla strada asfaltata che ci porta a Sud a
Puerto San Julian, che è un paesotto di mare piuttosto
arretrato. Non c'è nemmeno un albergo che ci possa ospitare
tutti e ci dividiamo in due alberghi, ma ci ritroviamo tutti per cena
in un buon ristorante vicino al mare. Qui dopo cena arriva una ragazza,
di cui non ricordo il nome, ma che chiamerò Francesca, perché
assomiglia moltissimo ad un'amica che si chiama così.
Francesca ci propone un giro in gommone a vedere pinguini, cormorani e
delfini e ci accordiamo per trovarci l'indomani alle 7:30.
"... poi, i mari selvaggi e remoti deve egli [la balena] voltolava la sua massa simile a un'isola, i pericoli, indescrivibili e senza nome, della caccia: queste cose, con tutte le concomitanti meraviglie di un migliaio di parvenze e suoni patagonici s'aggiungevano a spingermi al mio desiderio...", da Moby Dick di Hermann Melville
Ci svegliamo un po' prima per arrivare puntuali all'appuntamento con
Francesca. Ci troviamo sulla spiaggia anche con i 3 ragazzi, che
festeggiano il compleanno di Giorgio con delle belle tirate di
orecchie. Il ragazzo di Francesca mette in mare il gommone e poi ci
imbarca tutti portandoci sulle spalle. C'è anche il loro cane
Mapu, che se la gode un mondo. Il giro si svolge tutto nella baia di
San Julian e subito ci fanno compagnia dei piccoli delfini, con i
colori di un'orca, che chiamano tonina ovara. Si divertono molto con le
onde sollevate dal gommone e Mapu è in festa anche lui. La
prima tappa ci porta a un'isola dove nidificano migliaia di cormorani,
che guardiamo da fuori, per non disturbarli. La tappa successiva è
l'isola dove nidificano i pinguini di Magellano. Qui possiamo
scendere e Francesca ci istruisce bene su cosa possiamo e non possiamo
fare. Ci sono centinaia di pinguini che hanno fatto i nidi nei bassi
cespugli, dove a novembre sono nati i piccoli. Ora sono grandi
praticamente come i genitori, ma hanno un'aria tenera e sono ancora
ricoperti di piume. Sono veramente divertenti da guardare, perché
assumono buffi atteggiamenti quasi umani, tanto che alcuni di
noi si divertono ad imitarli. In realtà non si capisce chi sia
l'imitatore e chi l'imitato. Cè anche una volpe grigia che si
aggira fra i cespugli, disturbata dai gabbiani, che evidentemente
devono avere anche loro i nidi da queste parti. Torniamo alla spiaggia
di partenza, dove è già pronto un secondo gruppo di
gitanti di cui fanno parte Seba, il dottore e la sua compagna: così,
almeno stavolta, non avranno problemi a restare ultimi. Partiamo
verso Sud nella pampa piatta e ventosa e dopo circa 160 km ci fermiamo
ad un bivio dove inizia uno sterrato di 200 km e dove Luca ci ha detto
di aspettarlo. Comunque, quando lui arriva, siamo gli unici ad averlo
aspettato. Lo sterrato corre su un altopiano lungo la scarpata della
valle del Rio Santa Cruz. Circa a metà troviamo gli altri fermi
per un picnic e ci fermiamo anche noi a mangiare, finché non
arrivano anche i pick-up di Luca e del dottore ed il furgone di Moreno.
Poi lo sterrato scende per la scarpata, ma non è mai
impegnativo. Finalmente si torna sull'asfalto ed in un'altra
cinquantina di chilometri si arriva a El Calafate, sulla riva Sud del
lago Argentino. All'albergo arriva insieme a noi il furgone di Moreno,
si aprono le porte e i bagagli sono ricoperti da uno spesso strato di
polvere. Per fortuna un inserviente dell'albergo li spolvera uno per
uno con un piumino di nandù. Dopo aver preso possesso della
stanza, riprendiamo la moto per andare a vedere il ghiacciaio Perito
Moreno. La gita offre uno degli spettacoli più impressionanti
del viaggio: si arriva su una penisola boscosa all'estremità
Ovest del lago Argentino, di fronte alla quale arriva la larghissima
lingua del ghiacciaio, fino a toccare la penisola e a separare quindi
il lago in due parti. Il sentiero turistico scende con belvederi a vari
livelli sulla penisola. Si sentono continui scricchiolii e scoppi dal
ghiaccio ed ogni tanto si stacca un pezzo anche dalla parete sul lago.
Solo la fame, che per me è un richiamo non da poco, ci
distoglie dallo spettacolo per farci tornare in albergo. La sera arriva Alberto
che è stato a El Chalten ed è riuscito a vedere il Fitz Roy
e il Cerro Torre liberi da nuvole.
"Ogni volta che ho visitato questa regione mi sono detto che, se fosse diventata una proprietà pubblica inalienabile, sarebbe ben presto stata centro di grandi attività intellettuali e sociali, e quindi eccellente strumento del progresso umano", Francisco Pascasio Moreno (il perito)
Foto, Foto di Carla, Foto di Alberto a El Chalten, Torna all'indice
Oggi c'è una giornata di sosta a El Calafate, normalmente
dedicata ad un giro in barca a vedere i ghiacciai. Con Carla decidiamo
che, per non perderci niente, lei andrà al giro in barca,
mentre io tenterò la sorte e me ne andrò a El Chalten
per vedere il Fitz Roy e il Cerro Torre. Parto quindi verso le 7 e
faccio 223 km, di cui più di 50 di sterrato per girare in senso
antiorario intorno al lago Argentino ed al lago Viedma, in fondo al
quale c'è il paesino montano di El Chalten. Arrivando mi fermo
all'ufficio del Parco Nazionale, dove mi danno qualche informazione.
Anche se il tempo è abbastanza bello, le montagne sono nelle
nuvole e loro non mi danno molte speranze che si aprano. Comunque mi
compro da mangiare e qualche cartolina, lascio la moto all'estremità
Nord del paese e mi avvio lungo il sentiero per il campo base
del Fitz Roy, verso Nord-Ovest. La passeggiata è molto
piacevole e varia. In un bosco di conifere vedo due bei picchi con la
testa rossa. Lascio sulla sinistra la Laguna Capri e, dopo un
campeggio, arrivo fino al Rio Blanco dove c'è un bel ponticello
di legno. Tuttavia riesco a vedere solo la base delle montagne, mentre
le cime più alte non escono mai dalle nuvole. Allora torno
indietro per un tratto e giro a destra verso la Laguna Madre, un bel
laghetto di montagna, battuto dal vento e circondato da terreni borfi
d'acqua. Poi c'è la Laguna Hija, dove trovo una bella spiaggetta
riparata per il picnic. Nonostante le cime nelle nuvole, qui c'è
il sole e lo spettacolo ed i colori sono meravigliosi. Vengono
anche a salutarmi delle paperette, mentre non si vede anima viva.
Proseguo verso Sud divertendomi con il GPS ed arrivo al sentiero che da
El Chalten porta verso il Cerro Torre e lo seguo fino al campo
base De Agostini, per salire poi fino alla Laguna Torre, molto
suggestiva, ma le vette non si mostrano. Niente da fare, è ora
di tornare. Sono un po' deluso e, arrivando a El Chalten, anche
piuttosto stanco, ma la giornata è stata comunque stupenda.
Faccio benzina e torno a El Calafate, stavolta con il vento in poppa.
Arrivato in albergo, non trovo Carla, che dopo il giro in barca è
tornata con Renato a vedere il Perito Moreno. La invidio solo
un poco e mi sbraco nel bagno.
"Ma disgraziatamente sopra questa meravigliosa regione si scatenano i venti e le tempeste con violenza inaudita, e gravita un cielo sempre fosco, lugubre, impregnato di un denso strato di vapori che i raggi del sole di rado riescono a dileguare per dare vita e splendore alla magnificenza della natura." Alberto Maria de Agostini
Foto, Foto di Carla, Torna all'indice
Giornata di trasferimento al parco nazionale delle Torri del Paine. Si
torna verso Est, poi si sale una bella scarpata verso Sud-Est e a El
Cerrito si lascia l'asfalto per uno sterrato di un centinaio di km
verso Sud-Ovest. Molte moto fanno un giro molto più lungo per
non lasciare la strada asfaltata. Effettivamente lo spettacolo è
da tregenda, con grandi nuvoloni neri che a tratti oscurano il
cielo, sempre ventosissimo. Comunque non piove tanto, anche se il
freddo non manca, per cui alla fine dello sterrato il cappuccino di
Nescafè da un benzinaio sperduto è assai gradito ed ha
molto successo. Poi si ripassa il confine con il Cile, ma ormai siamo
esperti ed abbiamo già tutte le carte a posto. Riprende lo
sterrato e si gira intorno al lago Sarmiento, battuto dal forte vento,
per entrare nel parco delle Torri del Paine, che già si
mostrano in distanza. Con Renato ci fermiamo a vedere una bella
cascata sul fiume che congiunge il lago Nordenskiold con il lago Pehoè.
Tanto bene c'è una fastidiosa pioggia orizzontale, per
cui invidiamo molto Giorgio e Patrizia che arrivano con il casco come
due marziani. Ci dirigiamo quindi all'Hosterìa Pehoé,
che è su un'isola sul lago omonimo, collegata alla terra ferma
da un ponte pedonale di legno. Il luogo è molto pittoresco ed
ha una bellissima vista sui Corni del Paine. Non riesco a star fermo,
lascio Carla in albergo e vado in moto verso il lago Grey, lungo un
bello sterrato che costeggia il Rio Paine, poi lo attraversa e risale
il Rio Grey, fin quasi al lago, e tutte le acque hanno un colore
diverso. Lascio la moto e tutto imbacuccato con tuta e casco, me ne
vado verso il lago, ne costeggio il lato Sud lungo un grande
spiaggione, dove arrivano gli iceberg, che si staccano dal ghiacciaio
Grey all'altra estremità del lago e vengono spinti verso questo
lato dal vento. In fondo alla spiaggia sono ormai da solo, perché
l'unico ben equipaggiato. Costeggio una penisola collinosa
dalla cui estremità, nonostante le nubi e la pioggia, c'è
una bella vista sul ghiacciaio Grey e sugli iceberg bluastri
sottostanti. Me ne torno soddisfatto e neanche troppo stanco in
albergo.
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Mi sveglio presto per fotografare i Corni del Paine alla luce mutevole
dell'alba e per fare il giro dell'isolotto. Oggi dobbiamo arrivare solo
fino a Puerto Natales, che è poco lontano e decidiamo quindi di
fare una passeggiata verso le Torri del Paine. Andiamo in moto fino
alla Hosterìa Las Torres, traversando il Rio Paine. Poi con
Carla saliamo a piedi per un sentiero lungo il Rio Ascensio fino al
Rifugio Cileno. Da lì il sentiero diventa pianeggiante fino al
Campamento Torres, poi sale sulla sinistra lungo un grande ghiaione
morenico. Quello che è strano è che le Torri non si
vedono mai. Appaiono solo in cima al ghiaione, al di là della
laguna Torres. Lo spettacolo è bello, ma forse mi aspettavo di
più. Scendendo mangiamo una zuppa di cipolla al
Rifugio Cileno. Ripresa la moto ci fermiamo alla Laguna Amarga a
fotografare dei bei fenicotteri rosa. Poi è l'ora di avviarsi
verso Puerto Natales. Non ci fermiamo alla prevista Cueva del Milodon,
per mancanza di tempo ed interesse non soverchiante. Arriviamo così
di nuovo sul versante del Pacifico, anche se varie isole cilene
ci separano dall'oceano aperto, pur senza fermare il vento. Puerto
Natales cerca di ravvivarsi con case colorate, ma non riesce a vincere
una generale desolazione.
"Una terra ventosa, ondulata, dall'aspetto desolato, ricoperta di erba appassita di un monotono colore bruno", Charles Darwin
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Partendo da Puerto Natales c'è il solito vento, ma ci saluta un
bell'arcobaleno. Si va verso Sud-Est lungo una bella strada asfaltata,
ogni tanto invasa da belle pecore grasse. Con Renato ci fermiamo ad un
distributore piuttosto scalcinato che sta sull'incrocio per Rio
Gallegos, dove dovremo tornare domani. Il freddo e il vento ci spingono
ad entrare nel locale attiguo, dove ci accoglie un pappagallo ed una
buffa collezione di portachiavi. Poco dopo giriamo a destra per uno
sterrato verso la Pinguinera del Seno Otway, che visitiamo per un
percorso obbligato lungo il mare. I pinguini sono sempre molto
interessanti, anche se l'ambiente è più turistico e
meno affascinante dell'isola visitata vicino a Puerto San Julian.
Arriviamo abbastanza presto a Punta Arenas, sicuramente la città
più ricca e vivace del Sud della Patagonia (si fa per
dire). Pranziamo nella bella sala da pranzo in cima all'albergo. Nel
pomeriggio ci riposiamo e visitiamo i negozi della città. In
uno compriamo un uovo di lapislazzuli per la nostra collezione
fiorentina. La sera dopo cena, grazie alla sala e al proiettore messo a
disposizione dall'albergo, presento il mio recente viaggio in Cina ad
una platea di aficionados.
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"Poi andando a 52 gradi al medesimo polo, trovassemo nel giorno delle
Undecimila vergine uno stretto, el capo del quale chiamammo Capo de le
undece mila Vergine, per grandissimo miracolo. Questo stretto è
longo cento e dieci leghe, che sono 440 miglia, e largo più o
manco de mezza lega, che va a riferire in un altro mare, chiamato mar
Pacifico, circondato da montagne altissime caricate de neve." Antonio
Pigafetta, da "Relazione del primo viaggio intorno al mondo"
Oggi si passa nella Terra del Fuoco e tutta la prima parte della strada è lungo lo stretto di Magellano che la separa dal continente sudamericano. Me lo immaginavo diverso, con le coste alte e minacciose, cosparse dei fuochi degli indigeni. Invece le coste sono basse e solo in lontananza si vedono montagne nevose. Mantenendo una media molto sostenuta riusciamo ad arrivare giusto in tempo per prendere il traghetto delle 11 che attraversa lo stretto. L'arrivo sulla Terra del Fuoco è emozionante solo nei nostri desideri, ma il bello deve ancora venire. La strada verso Sud è asfaltata fino a Cerro Sombrero dove facciamo tutti benzina e dove comincia uno sterrato reso assai insidioso e fangoso dalla pioggia. Quando arriviamo ad un ristorante vicino al confine con l'Argentina a San Sebastian le moto sono coperte di fango e non posso dire fino a dove si è bagnata Carla, che, stando dietro, si è presa tutta l'acqua ed il fango sollevati dalla ruota posteriore, priva del parafango. Comunque nel ristorante c'è una bella stufa che risolve molti problemi. Mi accorgo che la ruota posteriore è bucata e Seba me la ripara con un tampone dall'esterno: potenza dell'organizzazione BMW! Dopo l'ultima frontiera la strada torna asfaltata ed arriviamo senza difficoltà a Rio Grande, di nuovo sull'Atlantico. Dopo l'arrivo in albergo, porto la moto ad un lavaggio, dove mi accorgo che si è rotto il supporto della borsa laterale sinistra. Lo dico a Seba, che per l'indomani mattina me l'ha già riparato.
"Molti di coloro che trovarono la morte rimasero congelati in piedi, appoggiati alle rocce, e anche i cavalli che avevano montato gelarono..." Augustin de Zarate, da "Cronaca dell'attraversamento delle Ande"
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E' l'ultima giornata di moto ed anche la più fredda. Quindi ci
mettiamo addosso tutto il possibile e partiamo verso Sud; per fortuna
non piove. La strada per Ushuaia è tutta asfaltata ed il
paesaggio è molto bello con boschi, radure e monti nevosi in
lontananza. Ci ritroviamo in molti al benzinaio di Tolhuin a prendere
un caffè caldo e ad ammirare la sua auto d'epoca. Nell'ultima
parte di strada si supera una catena montuosa e l'arrivo dall'alto a
Ushuaia sul canale di Beagle è molto suggestivo. Troviamo
facilmente l'albergo che è in alto sopra la cittadina con una
bellissima vista sul canale e sull'opposta isola di Navarino. Torniamo
giù in città per portare la moto al container, che la
riporterà in Italia. Seba, come al solito, è molto
efficiente nel preparare tutte le moto e le formalità
burocratiche si risolvono rapidamente. Pranziamo in un buon ristorante
di pesce e poi visitiamo il museo del Fin del Mundo, che ospita una
bella polena ed altri reperti marinari e locali. Quindi ci capita un
bel colpo di fortuna: mentre Carla cerca di prendere soldi da un
bancomat, me ne vado verso il porto, cercando informazioni sull'Antartide
per un altro possibile viaggio, e mi imbatto subito in un
baracchino, dove un tizio mi propone un giro in barca a vela nel canale
di Beagle. Accetto subito e lui alla radio richiama indietro la barca
che era già partita. Così Carla spende subito tutti i
soldi che ha appena prelevato e ci imbarchiamo su uno sloop francese
attrezzato per questi climi, che in passato ha fatto charter con
l'Antartide. Da qualche anno è diventato proprietà di un
locale che lo usa per giri nel canale. Lui, il capitano Hector, è
molto simpatico ed ha un giovane mozzo che lo aiuta. Ci sono già
vari gitanti a bordo, fra cui una coppia di italiani. Mi
piace perché alza subito le vele, che sono l'ideale con questo
vento. Nonostante il vento sia molto forte, il mare è calmo nel
canale e siamo anche ridossati da alcune isole. La prima tappa è
l'isola Hache (Acca), detta così per la sua forma, dove
sbarchiamo ad un attracco predisposto sulle rocce. Il mozzo ci porta in
giro per l'isola a vedere la flora. Ci sono dei bei fiori ed una strana
pianta che sembra un gran tubero verde ed è della specie delle
carote, di cui, se strofinata, emana il tipico odore. Su una spiaggia
ci sono anche delle grandi alghe a forma di medusa. Tornati a bordo il
capitano ci offre un gradito caffè e riprendiamo la navigazione
verso un'isola piena di pinguini ed uccelli marini. Ci dovrebbero
essere anche dei trichechi, ma non ne vediamo. Comunque torniamo a
terra tutti molto contenti. La sera dopo cena Renato e Dario ci
consegnano a tutti una targa ricordo del viaggio.
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La mattina è libera e con Francesco decidiamo di andare a fare
una passeggiata verso il ghiacciaio Martial. Saliamo a piedi lungo la
strada sopra all'albergo fino ad un piazzale da dove parte una
seggiovia. La prendiamo attrezzandoci con gli impermeabili gialli
forniti in loco, che teniamo anche per la successiva passeggiata in
salita, visto che nevischia. Arriviamo a vedere il ghiacciaio, anche se
non proprio a toccarlo, perché è ora di scendere per
non far tardi all'appuntamento con gli altri. Infatti arriviamo in
albergo giusto in tempo per prendere l'autobus che ci porta in
aeroporto per il volo verso Buenos Aires. L'aereo si alza facilmente
aiutato dal vento contrario e la prima parte del volo è molto
bella sopra le isole che costeggiano il canale di Beagle. Arrivati a
Buenos Aires ci sorprende nuovamente il caldo estivo e già sul
pullman che ci porta in albergo una guida locale ci descrive le
bellezze della città, coadiuvata validamente da Moreno. La sera
ci portano in autobus al ristorante La Ventana, dove dopo una buona
cena ci godiamo un bello spettacolo di tango.
La mattina è dedicata alla visita della città che è assai più interessante di quanto credessi. Visitiamo la piazza centrale, con il cabildo bianchissimo, la cattedrale finta e la Casa Rosada in restauro. Poi andiamo al quartiere del porto dove ci sono case coloratissime e coloriti personaggi locali. Passiamo vicino allo stadio del River Plate, teatro di partite non solo sportive. Dopo il quartiere Palermo finiamo a pranzare in un vecchio locale, il Cafè Tortoni, molto pittoresco e pieno d'atmosfera. All'uscita c'è pure una manifestazione politica con poliziotti in tuta antisommossa. Poi è ora di imbarcarci sull'autobus che ci porta all'aeroporto per il volo di ritorno in Europa.
"Ma i veri viaggiatori sono soltanto coloro che partono per partire, col cuore lieve, simile a un pallone; non si separano mai dal loro destino e, senza sapere perché, dicono sempre: Andiamo!" Charles Baudelaire
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"Mi escono stalattiti di polvere dal naso", Moreno, prima di tappare tutti i buchi del furgone portabagagli.
"Sembra proprio di essere nella pampa sudamericana" Patrizia, nella pampa sudamericana.
"Ecco l'eroe dei due monti", Fede, al ritorno di Alberto dal Fitz Roy e Cerro Torre.
"Davanti, come Seba quando c'è un problema a una moto".
"In un mercoledì del '78 le hanno viste senza nubi", Moreno, che ci descrive le Torri del Paine.
"Sperello, ma che bella moto che ti ho venduto!" Seba, ogni volta che mi vede.
"E' a noi che dovrebbero fare il monumento", Fede, guardando il monumento al vento.
"Sti cammelli manco la gobba c'hanno", Moreno, parafrasando un turista romano che vede i guanachi.