Diario
di viaggio
Pellegrinaggio
al Kailash, settembre-ottobre 2011
Ai miei meravigliosi compagni di viaggio: a Pallavi per la stupenda dimostrazione di amicizia che ci ha dato rinunciando alla kora per accompagnare indietro Kavitha con il mal di montagna; a Kavitha che sa accettare con il suo splendido sorriso tutto quello che il viaggio ci presenta; a Prarthana con la quale condivido l’aver lavorato per agenzie spaziali, il naso lungo e lo spirito indoeuropeo; a Ching per il suo sereno coraggio e determinazione e per averci illuminato su vari aspetti della cultura cinese (a lei sono dedicate le foto della kora, in quanto lì ha dovuto rinunciare alla sua pesante macchina fotografica); a Katy che ha sempre avuto una parola di conforto, un consiglio, una medicina per ciascuno di noi; a Jeff per il suo entusiasmo trascinante e a Chhiring, che con il suo cuore ci ha guidato su percorsi difficili infondendoci fiducia e condividendo con noi le sue tradizioni culturali e religiose.
“Il solo modo per riscoprire la magia del
viaggio è smettere di fare i turisti-consumatori e tornare a essere pellegrini.”,
Tiziano Terzani
Antefatto
L’idea
di fare la kora (giro in pellegrinaggio) intorno al
monte Kailash in Tibet mi è venuta leggendo il bel
libro di John Snelling “La Montagna Sacra”, che parla
di come il monte sia diventato sacro per indù, buddisti, giainisti e bön (una antichissima religione sciamanica tibetana), delle
leggende che lo circondano e dei viaggiatori che in passato hanno visitato la
regione. Mi affascina l’idea di tornare in Asia centrale con uno scopo non solo
turistico. L’organizzazione del viaggio non è facile anche perché vari amici si
dicono pronti a venire con me, ma quando si tratta di decidere si tirano
indietro. Finalmente mia cugina Ginevra mi mette in contatto con Mariano, un
italiano che vive in Australia che ha fatto la kora
l’anno scorso. Il suo intervento è risolutivo perché mi mette in contatto con
l’agenzia nepalese Firante di Surendra
e soprattutto perché ha radunato un gruppetto di persone determinate a fare il
viaggio: Jeff, australiano, Katy cinese di Hong Kong
che vive in Canada e Ching, cinese di Chengdu che
vive negli Stati Uniti. A noi poi si uniscono tre signore indiane: hanno tutte passaporto americano e quindi possono evitare la
lotteria istituita dal governo indiano per scegliere i mille indiani cui ogni
anno i cinesi danno il permesso di visitare il Kailash.
Venerdì 23 settembre
Laura
mi accompagna a Fiumicino in una brillante giornata di inizio
autunno. Parto pieno di aspettative non solo mie. Anna
l’altra sera mi ha invitato a cena e mi ha dato una busta con dentro un nastro
nero sul quale ha scritto qualcosa di invisibile che
io devo lasciare sotto una pietra sul Kailash. Vuole
anche che le riporti una pietra ricordo. Lei anni fa mi ha regalato il libro
sul Kailash di John Snelling,
che ha fatto partire il mio interesse per il monte. Carla vuole una pashmina, perché la sua beige gliel’hanno
bucata i gatti e quella che ha appena comprato in India la vuole regalare.
Un’amica vuole del sale di montagna. Al primo scalo a Monaco di Baviera ho 5 ore di sosta. Ne approfitto per andare in centro a bere
una birra seria e a mangiare un mezzo stinco di maiale; ciò nonostante non ho
nostalgia di Monaco, dove ho vissuto sei anni.
Sabato 24 settembre
L’aeroporto
di Abu Dhabi, secondo scalo del viaggio, è meraviglioso e si stenta a
ricordarsi che tutt’intorno è il deserto. Internet è gratis e ci sono terminali
disponibili ovunque. Sul volo per Kathmandu si comincia e respirare atmosfera
di montagna, perché la maggior parte dei viaggiatori va per un trekking ed è
già vestita di conseguenza con scarponi e zaini. Per fortuna Jeff,
l’australiano che fa parte del gruppo, ha mandato un mail per ricordarci che
serve una foto tessera all’arrivo per il visto e quindi l’ho fatta a Monaco.
Per il visto le operazioni sono abbastanza semplici, basta compilare due moduli
e fare una coda che avanza rapidamente. All’uscita mi aspettano due persone
della Firante, l’agenzia che ha organizzato il viaggio,
e mi portano in albergo. Uno dei due è Chhiring, la
guida che ci accompagnerà nel trekking. A metà strada la loro auto si spegne e
non riparte. Dobbiamo spingerla fuori dall’incrocio e con Chhiring
proseguiamo in taxi. L’hotel è a Thamel, il pittoresco
quartiere al centro della città. Esco a cercare la pashmina
per Carla e scelgo uno delle decine di negozi che la vendono. Il tipo è
simpatico e mi aiuta nella difficile scelta. Sono comunque molto incerto, faccio una foto alle migliori pashmine
che mi ha mostrato e la mando a Carla per e-mail. Jeff è in un altro albergo e
lo raggiungo lì per cena. Nel frattempo è arrivata
anche un’altra partecipante al trekking, Ching, una
cinese che è nata a Chengdu, la capitale del Sichuan, e che ora vive nel New
Jersey e cena con noi. Sono entrambi molto simpatici anche se molto diversi fra
loro. Jeff lavora nelle miniere del nord-est dell’Australia e si occupa di
manutenzione dei macchinari. Prima di venire qui è stato
una settimana in Thailandia a fare surf e si è appena lasciato con la moglie. Ching è economista e lavora nella finanza. Suo marito non è
venuto perché troppo occupato con il lavoro. Dopo cena andiamo tutti al mio albergo
ad accogliere Katy, che farà il trekking con noi.
Anche lei è cinese, ma di Hong Kong e alla fine degli anni novanta, subito
prima che Hong Kong tornasse alla Cina è emigrata in Canada a Vancouver, dove
lavora come amministratrice nel sistema sanitario canadese.
Domenica 25 settembre
La
domenica in Nepal è giorno feriale (fanno festa metà
venerdì e sabato) e ne approfittiamo per comprare le cose che ci mancano per il
trekking. Ci accompagna Chhiring che ci aiuta a
scegliere il negozio giusto fra la miriade di negozi
da montagna che ci sono qui. Prendo dei copri
pantaloni e un paio di bastoni da trekking, il tutto a 9 euro. Cerco anche una
mantella da pioggia ma quelle che trovo hanno le maniche troppo corte. Poi
andiamo con Katy a Durbar Square la storica piazza centrale della città, dove si paga
un biglietto per entrare, ma ne vale la pena perché c’è una serie di stupendi
monumenti di mattoni rossi in foggia cinesizzante e
il palazzo reale di cui visitiamo l’interno. Bellissima è soprattutto la salita
su una torre a nove piani da cui si gode una bella vista. Poi visitiamo
un’esibizione ecologica, dove espone anche un’organizzazione per aiuti
abitativi per la quale ha lavorato Katy. Hanno anche
interessanti sistemi di pannelli solari. Katy torna
in albergo e vado da solo in taxi a Bodhnath a vedere
il grande stupa, importante centro per il buddismo
tibetano in esilio, e poi a Pashupatinath, importante
centro induista. Sulle rive del fiume cremano i morti e la collina
soprastante è piena di tempietti fra le scimmie. Il tutto è reso estremamente pittoresco dalla pioggia che crea luci
stupende. Tornato in città incontriamo Surendra, il capo della Firante,
che come Chhiring è di Simikot
e ci illustra il viaggio. E’ simpatico e competente e infonde fiducia. Ci
sembra un’ottima premessa al nostro viaggio. Dopo cena andiamo a bere un
piacevole the e continuiamo a conoscerci meglio.
“La motivazione è ciò che distingue un
pellegrinaggio da un qualunque altro viaggio.” Dalai
Lama
Foto del giorno,
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Lunedì 26 settembre
Questa
mattina l’idea era di partire presto con Katy per
raggiungere Jeff e Ching a Bhaktapur,
ma piove a dirotto e decidiamo di dedicarci invece all’ultimo shopping. Andiamo
quindi a cercare le mantelle da pioggia che ancora ci mancano. Siamo fortunati
e troviamo addirittura un sarto che ce le confeziona
su misura e a minor prezzo di quelle già pronte, con un certo disappunto del
negoziante che ci ha portato da lui. La giornata è evidentemente propizia,
nonostante la pioggia e riesco anche a concludere la
scelta della pashmina per Carla. Anche se continua a
piovere prendiamo un taxi per Bhaktapur. Lungo la strada noto strane vibrazioni ad una ruota e lo dico
all’autista che non sembra preoccuparsi. Finalmente si ferma, si accorge che i
bulloni della ruota posteriore destra si sono allentati e li stringe, così
almeno non la perdiamo. Bhaktapur ha un centro con
bellissimi edifici antichi ben mantenuti, che la pioggia rende lucenti,
costringendo la maggior parte dei turisti al riparo, ma non noi. Mangiamo un boccone
in un bel bar sulla balconata di una pittoresca torre. Poi il tassista ci porta
a Patan, che ormai è un sobborgo di Kathmandu. Anche
qui c’è un centro vecchio molto pittoresco e meno turistico di Bhaktapur. Tornati a Kathmandu ritirariamo le nostre mantelle ormai pronte ed andiamo a
cenare con Jeff e Ching al loro albergo.
Foto del giorno,
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Martedì 27 settembre
Mattina
di ultimi preparativi, ma trovo il tempo di tornare a Durbar
Square e soprattutto di fare in giro lì intorno nelle
viuzze piene di sorprese. Surendra viene a prenderci
in albergo ci consegna a Chhiring che ci porta
all’aeroporto a prendere il volo per Nepalgunj, che è
uno snodo di traffico al confine con l’India nel punto più basso del Nepal,
solo 160 m di altezza. Voliamo con la Buddha Air e due giorni fa è precipitato
un loro aereo all’atterraggio a Kathmandu. Non siamo preoccupati anche se
quando partiamo c’è un forte acquazzone. Sopra le nuvole è bello e si vedono
l’Annapurna e il Dhaulagiri, un bellissimo spettacolo
mentre il sole tramonta. A Nepalgunj non c’è proprio
niente da vedere, ma abbiamo occasione di conoscere le tre signore indiane che
viaggiano con noi, Kavitha, Pallavi,
Prarthana. Sono di Hyderabad ed hanno tutte vissuto a
lungo negli Stati Uniti, ma ora sono tornate in India. A cena parliamo di Kailash e di viaggi, miei argomenti preferiti.
“Il monte più sacro del
pianeta – sacro a un quinto della popolazione mondiale – resta celato sul suo altopiano
come una pia illusione.” Colin
Thubron
Foto del giorno,
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Mercoledì 28 settembre
Si
parte presto, la sveglia è alle cinque e sto proprio bene. All’aeroporto
comincia una lunga attesa. Ci sono due turisti che
sono in attesa da ieri di prendere l’aereo per Simikot
e partono prima di noi. Lentamente ci controllano i bagagli e li pesano,
incluso il bagaglio a mano. La mia sacca pesa esattamente
15 chili, il peso consentito, ma lo zaino a mano ne
pesa altri 7 e per questi devo pagare. Finalmente ci danno le carte di imbarco e ci spostano nella sala degli imbarchi. L’attesa
continua e il volo non parte perché a Simikot c’è
troppo vento. Verso le 12:30 Chhiring ci fa tornare
in albergo, dicendoci che c’è ancora qualche piccola speranza che si possa
partire prima delle 16. Anche questa svanisce dopo
pranzo e ci rassegnamo a un bagno in piscina e a una
visita al bazar di Nepalgunj in risciò. Il mercato è
molto pittoresco e ci dà occasione di scattare belle foto. Anche Ching e Jeff sono appassionati fotografi e hanno delle belle macchine fotografiche. Prima di cena
faccio vedere agli altri la mia presentazione sul viaggio in Cina e soprattutto
le indiane sono molto interessate.
Foto del giorno , Foto di Jeff,
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Giovedì 29 settembre
La
sveglia stamani è alle sei e speriamo bene. In effetti
c’è un po’ di nebbia, ma si alza presto e alle 9:40 si parte per Simikot con un piccolo aereo monomotore. A bordo siamo solo
noi con Chhiring e un’altra guida che va a fare una
scalata. L’atterraggio a Simikot è piuttosto
spettacolare perché la pista è a metà montagna, molto corta e finisce sui
monti, quindi è a senso unico. In effetti a lato c’è
un aereo che è andato fuori pista due mesi fa, ma si sono salvati tutti. I
preparativi per la partenza per il trekking sono lenti, anzi troppo lenti come scopriremo dopo. Pranziamo in una specie di rifugio
e poi finalmente si parte. L’aria è cristallina e il tempo buono con poche
nuvole sparse. L’altezza di 2900 metri si fa sentire un po’. Si comincia a
salire fino alla cima di un crinale e poi si scende verso il fiume Karnali, lungo il cui corso arriveremo fino al confine con
il Tibet. Con noi c’è un maestro locale che ci fa da guida aggiuntiva, i
conduttori degli yak che portano i nostri bagagli e il materiale da campeggio,
fra cui il fratello di Surendra, e un uomo che porta
i due cavalli affittati dalle signore indiane. Passiamo per vari paesini sempre
più miseri. In uno di questi alcuni ragazzini mi rubano l’unica penna che ho,
sfilandomela da una tasca dello zaino. Lo dico alla guida che li insegue e
riprende la mia penna. Per compensarli regalo ai ragazzini uno dei preziosi
Bacetti Perugina che tengo per festeggiare sul Kailash.
Ci ritroviamo davanti con il maestro, Jeff e Katy. Arriviamo a Dharapuri, il posto per il primo campeggio che sono passate
le sei e il sole è già da parecchio tempo dietro ai monti. Ci offrono subito un
the e biscotti molto apprezzati. In loco c’è già una coppia di tedeschi diretti
al Kailash. Poco dopo arrivano i portatori e
cominciano a montare le tende. Le signore con Chhiring
arrivano verso le 19:40 che è già buio da un’ora e ho mostrato le stelle a Katy.
Forse saremmo dovuti partire prima da Simikot.
Comunque la cena rinfranca gli animi e prepara alla notte in tenda.
“Il ritmo del passo genera una specie
di ritmo del pensiero.” Rebecca Solnit
Foto del giorno,
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Venerdì 30 settembre
La
prima sveglia fra i monti è memorabile. I nostri accompagnatori sono molto
abili nel preparare la colazione e nel disfare il campo. Per le otto siamo in
cammino. La giornata è stupenda e la temperatura ideale per camminare. Seguiamo
il Karnali, solo con qualche su e giù, dove la valle
ha le sponde troppo ripide per passare lungo il fiume.
Camminando da solo ho un’ispirazione consolatoria. Da quando sono arrivato a Kathmandu ho un dolore dentro il calcagno sinistro, molto
simile a quello che mia sorella Flavia ha già da qualche tempo e di cui mi ha
parlato diverse volte, dispiaciuta soprattutto di non poter fare tutte le
passeggiate che le piacciono. La cosa mi ha molto stupito perché non ho fatto
assolutamente niente che possa causare il dolore e per la coincidenza infausta
che sia capitato proprio all’inizio del mio trekking al Kailash.
Oggi ho pensato che sto solo portando al Kailash un
po’ del dolore di Flavia e poi mi passerà e magari passerà
anche a Flavia. Così mi è molto più facile sopportarlo e non mi crea troppi
problemi, anche perché i bastoni mi aiutano molto. Ci fermiamo a pranzare in un
panoramico spiazzo sotto il villaggio di Kermi e
l’atmosfera è molto distesa e rilassata, anche se qualcuna delle signore va piuttosto lentamente. Chhiring
mi spiega un po’ di sciamanismo e ci sono molte occasioni di chiacchierare e
anche di camminare da soli. Nel pomeriggio continuiamo a salire un po’ fino a
un passo a 3200 metri e poi il sentiero scende ripidamente fino ad un affluente del Karnali lungo
il quale ci fermiamo a campeggiare a Salli Khola. Questa sera siamo tutti al campo prima delle sei e
siamo contenti ed eccitati.
“Il pellegrino si dirige oltre
l’ultimo orizzonte, verso una meta che è già presente nel più profondo del suo
essere, anche se non è ancora visibile ai suoi occhi.” Javier
Moro
Foto del giorno,
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Sabato 1 ottobre
Comincio
bene la giornata con una doccia calda (c’è anche la tenda per la doccia). Si
parte verso le 7:30 e dopo un paio d’ore arriviamo al monastero di Yalbang. E’ pittoresco e tranquillo. Stanno facendo dei
lavori ad un’ala: non so se la restaurino o la
costruiscano ex novo. Chhiring è molto bravo a
spiegarci le storie del buddismo e di Buddha stesso, che sono dipinte
all’esterno e all’interno. Jeff si esibisce nelle sue magie che piacciono molto
ai giovanissimi monaci. Poi si riscende verso il fiume e ci fermiamo a pranzare
sulla riva del Karnali in un bellissimo posto; ne
approfitto per tuffare i piedi nella gelida acqua del fiume. Nel pomeriggio
attraversiamo un ponte sul Karnali e risaliamo un po’
sul versante opposto fino ad arrivare a Tumkot, il
posto del campeggio per la notte in una stretta valle da dove non si vede
niente. Jeff e Katy si sentono forti e seguono il
consiglio di Chhiring di salire fino al monastero per
facilitare l’adattamento all’altitudine, mentre io me ne rimango tranquillo al
campo. Il dolore al calcagno oggi è stato altalenante, ma senza impedirmi di
proseguire. Se riesco a controllare il dolore come è
stato finora, spero di non avere grossi problemi. Arrivati al campo a Tumkot ci informano che oggi alle
11:30 c’è stato un terremoto più o meno dove siamo passati noi. A cena Chhiring ci offre una medicina per l’altitudine,
essenzialmente un diuretico. Anche su suo consiglio decido di non prenderla.
“Quando ci concediamo ai luoghi, essi
ci restituiscono a noi stessi.” Rebecca Solnit
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Domenica 2 ottobre
Secondo
il programma oggi è la giornata più dura e partiamo alle 7:15 con un cielo
coperto di nuvole. Si passa subito un ponte sul Vali Khola
e poi il sentiero sale su un ripido pendio di circa 600 metri di dislivello e
lo percorro senza difficoltà, preceduto da Jeff e seguito da vicino da Katy e dal maestro: in cima c’è un mucchio di pietre
accumulate dai viandanti e sormontato da bandierine; mettiamo anche noi la
nostra pietra. Poi il sentiero spiana ed arriviamo
presto a Pani Palbang il posto del pranzo a circa
3600 metri. Le nuvole se ne sono andate e il cielo è limpidissimo. Le signore
arrivano bravamente e pranziamo tutti insieme.
L’atmosfera è bellissima e Jeff e Kathy ripartono
alle 12:30. Li seguo dopo un quarto d’ora e il sentiero sale dolcemente
diventando una strada sterrata. Infatti poco dopo
incontro una jeep bianca che scende. Dopo un quarto d’ora la
jeep ripassa con le signore a bordo: mi offrono di salire, ma preferisco
continuare a piedi. Allora Chhiring scende a
camminare con me, perché sono diventato l’ultimo. La strada corre sul bordo
nord est della valle e sotto ci sono coltivazioni, villaggi e in fondo il
fiume, nell’aria brillante e tersa. A Yari ci
aspettano Jeff e Kathy e continuiamo con loro. Jeff è
più veloce e io preferisco tenere a bada il calcagno e
rimango con Kathy e Chhiring.
Il vento sale e la temperatura scende ma il sole non ci abbandona. Prima delle 4 arriviamo a Thadodunga (Pietra
Diritta) il posto del campeggio notturno dove ci accolgono in una capanna con
un the e poi una minestra con aglio: Chhiring dice
che è ottima per l’altitudine, comunque è buona anche come gusto. Poi preparo
la tenda e mi scaldo leggendo il libro sul Kailash. Infatti negli ultimi giorni sono stato più veloce a camminare
che a leggere. Le signore si sentono bene e fanno una passeggiata nei dintorni.
Solo Prarthana non si sente bene e Chhiring
le consiglia di non dormire, per dormire meglio la
notte. Cerco di tenerla sveglia con un the aspettando la cena. Dopo cena sta
già meglio. La notte il vento cala e tutto diventa molto tranquillo.
“Noi camminiamo, e con il nostro modo
di camminare mostriamo la nostra religione” Reginald H. Blyth
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Lunedì 3 ottobre
Questa
mattina ci svegliamo presto come al solito e i nostri
accompagnatori non hanno smontato la tenda dei pasti, in modo che possiamo fare
colazione al caldo. La giornata è comunque bellissima e non c’è più traccia
delle nuvole che erano tornate ieri sera. Abbiamo preparato le mance per i portatori
e gli aiuto cuochi che ci lasciano qui e gliele consegno
con brevi parole. Il sole scalda presto l’aria e quando partiamo alle 7:15 si alza un po’ di vento. Oggi dobbiamo superare il passo Nara La a 4535 metri e
poi riscendere sul Karnali, dove c’è il confine con
il Tibet. Le signore indiane e Ching prendono la
jeep, mentre Katy, Jeff e io
andiamo a piedi accompagnati da Chhiring. Mi sento
molto bene, l’aria è frizzante e sono al passo in un’ora e un quarto, metà del
tempo standard secondo Chhiring. Per fortuna la
strada delle auto non passa dal passo, ma fa un giro dietro. In cima c’è il
solito mucchio di pietre, solo più grande, ed una fila
di bandierine stesa sopra il passo. Verso Nord sul confine con il Tibet ci sono
delle belle montagne sui 6000 e più lontana a Sud c’è la catena del Saipal Chuli, che arriva a 7000.
Poco dopo di me arriva Jeff e poi anche Katy e Chhiring e ci fermiamo un po’ a far
foto. Salgo un po’ più in alto a vedere la vista stupenda. Scendendo si apre la
vista sull’altopiano tibetano. Arriviamo a Hilsa,
villaggio sul fiume dal lato nepalese del confine, dove ci offrono un the.
Attraversiamo il Karnali su un ponte sospeso solo
pedonale. Non c’è ponte per le auto e i pochissimi
veicoli che transitano tra qui e Pani Palbang hanno
guadato il fiume da qualche parte. Passiamo il confine tibetano, lasciamo
l’aiuto guida nepalese ed incontriamo un aiuto guida
tibetano, due jeep e un camion con gli autisti che ci porteranno per il Tibet.
Alcuni militari cinesi ci controllano accuratamente tutti i bagagli e il fuso
orario cambia di ben due ore e mezzo, perché in tutta la Cina c’è la stessa
ora. Andiamo in jeep a Purang (Taklakot in nepalese)
pochi chilometri più a nord e ci fermiamo ad un centro
medico dove ci misurano la temperatura e ci controllano di nuovo i bagagli.
Sfogliano tutti i nostri libri per controllare che non abbiamo foto del Dalai
Lama. Dopo queste formalità possiamo finalmente andare in albergo, piuttosto
spartano. Facciamo un giro in paese, ma c’è poco da vedere e ceniamo in un
ristorante cinese seguendo gli ottimi consigli di Katy
e Ching sul menù. Dopo cena passo ad
un internet café a scrivere a Carla e ai ragazzi.
“Camminare simboleggia la libertà.” Javier
Moro
“Questa libertà non consiste nel fare
quello che vogliamo, non è arbitrarietà né ostinazione, né sete di avventura,
ma la capacità di accettare l’imprevisto, l’inatteso delle situazioni della
vita, il buono nonché il cattivo, con una mente
aperta.” Lama Anagarika Govinda
Foto del giorno,
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Martedì 4 ottobre
Per
via del cambio di fuso non c’è luce fino alle 8 e ce
la prendiamo comunque con calma. Stupidamente ho dimenticato la macchina fotografica
al ristorante ieri sera. Ci torno con Chhiring e
l’hanno tenuta per me, ma devo stare più attento. In albergo non c’è acqua, il
campeggio è molto meglio con acqua calda tutte le
mattine. Partiamo verso Nord e la strada è ottima nell’altipiano desolato. Sulla destra appare meraviglioso il Gurla
Mandata a 7728 metri e altre montagne più lontane. Ma
la sorpresa più bella ci aspetta al passo Gurla La
(4675 m): il cono bianco del Kailash appare sopra il
lago Rakas Tal. Nessuna foto o immaginazione può valere
la vista reale. Ci fermiamo a far foto sia al passo
che a un posto panoramico sopra al lago. Scendo a sentire l’acqua che è limpida
e fredda, ma non freddissima. Chirring ci prepara un
succo di frutta caldo, molto gradito. Continuiamo e ad
un piccolo passo fra i due laghi, il Sera La, finalmente si vede il lago Manasarovar e ci fermiamo di nuovo a far foto. Kavitha mi spiega le tecniche di meditazione che ha
imparato in un corso in India. Sono commosso da questa incredibile occasione. A
Chiu Gompa scendiamo verso
lago al campeggio per la notte. Il posto è meraviglioso con il Kailash che ci sorveglia pacifico. Siamo tutti molto emozionati.
Con Jeff andiamo un po’ più avanti lungo il lago a
fare il bagno rituale. L’acqua è meno fredda di quanto ci si potrebbe aspettare
per un lago a 4580 metri fra nevi perenni. Prima mi immergo
seduto e poi faccio addirittura un tuffo verso il largo. Ovviamente ci facciamo foto l’un l’altro e una donnola ci fa compagnia
sulla riva. Anche le signore fanno il bagno rituale un po’ più vicino al campo.
Mi siedo su una sedia di fronte al lago a leggere il libro di Thubron, le pagine su quando lui era qui, piene di interessanti digressioni. Salgo in cima ad una collina a far foto con il sole che cala. La cena è
molto piacevole. Poi nel freddo della notte tento una foto del Kailash sotto le stelle, insieme a Ching
che ha un bellissimo obiettivo e il cavalletto.
“Il Kailash
emerge dalla sfera celeste come un ombrello a otto stecche e dalla terra come
un fiore di loto a otto petali, simile a un tappeto disteso.” Giuseppe
Tucci
Foto del giorno,
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Mercoledì 5 ottobre
La
mattina è radiosa con il sole che sorge davanti alle tende al
di là del lago. Prima di partire visitiamo il monastero di Chiu Gompa, che è stato distrutto
dai cinesi e poi ricostruito. E’ bella soprattutto la vista sul lago. Poi
partiamo verso Nord a prendere la strada principale che percorre la valle da
Lhasa verso ovest. Il Kailash è ora molto vicino,
sembra di toccarlo. Passiamo accanto a Darchen, il
posto di partenza della kora dove torneremo fra qualche giorno e poco dopo giriamo verso
sud per una strada sterrata che ci porta a Tirthapuri,
il posto del campo notturno. Si trova nella valle del Sutlej,
uno dei quattro fiumi importanti che nascono nella regione del Kailash. C’è una sorgente termale
ed un monastero, intorno al quale faccio la kora. In
lontananza si vede il Kailash da una strana direzione
con una montagna simile davanti. Il monastero è circondato da recinti di pietre
che a loro volta contengono pietre scolpite disposte
in bell’ordine. Appena cala il sole, cala molto anche la temperatura e ci
godiamo la cena calda nella tenda dei pasti, poi tutti a letto, anzi a
materassino.
“Il monte (Kailash)
è avvolto da un’aura di mistero così densa e mutevole da eludere la semplice
descrizione.” Colin Thubron
Foto del giorno,
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Giovedì 6 ottobre
Le
tende sono coperte di rugiada gelata, ma il sole le scioglie. Oggi lasciamo il
camion con il materiale da campeggio e i cuochi, perché nei prossimi due giorni
staremo in alberghetti. Torniamo sulla strada principale
e la riprendiamo verso Nord-Ovest fino a Songsha dove giriamo a sinistra per un’ottima strada che sale con
tornanti fino a un passo a 5200 metri. Al di là c’è una grande valle che risale
in una bellissima catena montuosa al confine con l’India. Scendendo ci
avviciniamo a bellissime formazioni di terra erosa. Finalmente ci entriamo dentro e sono ancora più belle. Scendendo ancora arriviamo
di nuovo al fiume Sutlej che seguiamo fino a Tsaparang, una delle sedi del regno di
Guga. Ci fermiamo in una simpatica guest house a conduzione familiare che sta dentro una cinta
muraria che contiene anche un piccolo giardino curato. Provo il the con il burro
di yak: è meno cattivo di quanto mi aspettassi, come una minestra pesante. Poi
salgo con Katy fino al monastero dal quale provengono
canti rituali. Lo visiteremo domani, quindi facciamo invece un giro
attraversando una valletta oltre la quale ci sono
delle suggestive rovine con belle viste sulla valle del Sutlej.
Tornati alla guest house
abbiamo la sorpresa di trovarci la coppia tedesca che abbiamo incontrato lungo
il Karnali. La cena è piacevolmente cinese e poi Chhiring come al solito ci spiega
cosa faremo domani, e come al solito il discorso scivola sulla kora, spinto dalle domande delle signore preoccupate. Chhiring è bravo a rassicurarle e a lasciare che le cose
vadano come devono andare. Prarthana
mi presta il suo cellulare per mandare un messaggio di buon anniversario a
Carla. Il mio infatti non funziona più perché
tenendolo in tasca ho inavvertitamente inserito tre PIN sbagliati e adesso mi
chiede il PUK che non ho.
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Venerdì 7 ottobre
Oggi
rimaniamo a Tsaparang. Andiamo a visitare la cittadella tutti insieme. Purtroppo alcuni degli edifici
più belli sono chiusi perché in restauro. Comunque la salita sulla rupe costellata
di grotte ed edifici in rovina è molto spettacolare e
suggestiva. Qui abitavano più di diecimila persone ed
ora non c’è più nessuno se non qualche turista e gli operai che restaurano.
Sembra impossibile che l’arida e selvaggia terra circostante potesse dare da
vivere a tutte quelle persone. I pochi dipinti che riusciamo a vedere sono
molto interessanti, con influenze indiane. Speriamo che i restauri ne conservino
l’originalità. Nella parte più alta c’è il palazzo d’estate con bellissime
finestre panoramiche. Subito sotto, accessibile con una ripida galleria, c’è il
palazzo d’inverno, scavato nella roccia e con aperture verso l’esterno.
Torniamo alla guest house per pranzo e poi faccio una
tranquilla passeggiata verso il fiume Sutlej che qui
è torbido, probabilmente per la roccia di friabile
argilla. Tutti sfruttiamo l’ultima giornata tranquilla prima della kora per prepararci fisicamente e mentalmente.
Foto del giorno,
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Sabato 8 ottobre
Partiamo
per Darchen, il punto di partenza della kora. Dopo una ventina di chilometri ci fermiamo a visitare
il monastero di Thöling. E’ stato abbandonato dai
monaci veri, ci sono pochi sostituti messi dal governo cinese e lo stanno in
parte restaurando. Ciò nonostante qui si vedono degli affreschi bellissimi,
antichi e poco rovinati. L’atmosfera religiosa bisogna immaginarsela, ma
l’incanto artistico c’è tutto, anche se è difficile comprenderlo per la poca
luce e la mancanza di spiegazioni. Compro un libro nella speranza di potermi
ancora godere con calma queste meraviglie. Per tornare a Darchen
rifacciamo la stessa strada che all’andata. Sui monti intorno c’è neve fresca
caduta la notte scorsa. In effetti c’è aria di neve,
fa più freddo e tira vento. Mi sento stanco e infreddolito. Arrivati a Darchen facciamo un giro di
shopping, ma il vento freddo mi ricaccia presto nella guest-house.
La buona cena rinfranca il corpo e lo spirito e aumenta le aspettative
per domani. Mi sento stranamente leggero, nonostante qualche acciacco, forse
sto entrando nello spirito giusto. Per i prossimi tre giorni di kora portiamo con noi solo
l’indispensabile e non porterò il computer.
“Puoi portare un uomo via dal Kailash-Manasarovar, ma non puoi portare il Kailash-Manasarovar via da un uomo.” Manoj M. Haridas
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Domenica 9 ottobre
E’
il gran giorno di partenza per la kora. I primi 8 chilometri si potrebbero fare in jeep, ma con Jeff e Katy decidiamo di partire a piedi e Chhiring
ci accompagna. Presto si entra nella valle verso Nord che costeggia il
massiccio del Kailash. Chhiring
si prostra al primo punto di prostrazione e così farà a tutti gli altri.
Giungiamo a Darpoche, il punto dove
durante la festa del Saga Dawa alzano il palo con la
bandierine e le viste sul Kailash sono stupende nel
cielo limpidissimo. Ci sono molti pellegrini locali che avanzano con noi e
sembrano molto felici e colorati. Il sentiero è largo e sale dolcemente lungo
il fiume. Al di
là del fiume alcuni operai alzano i pali per una linea elettrica: si ha
la sensazione che presto le cose cambieranno anche sulla kora.
Ci fermiamo per un the in una tenda locale. Oltrepassiamo una montagna detta Lingam di Shiva e poi la valle gira verso destra: ormai
abbiamo superato la latitudine del Kailash ed arriviamo a vedere la sua faccia Nord. Arriviamo al posto
del campo vicino al monastero di Drira Puk. Con Jeff saliamo ancora lungo la valle che sale verso la faccia Nord del Kailash
e dopo 300 metri di salita arriviamo su un colle pieno di bandiere da cui si
vede il ghiacciaio che scende dal Kailash. Siamo
affaticati ed emozionatissimi. Cala il sole e comincia a fare freddo, per cui
mi affretto scendere (si fa per dire con il calcagno che mi dà una fitta ad
ogni passo). Questa sera ci portano la cena in tenda perché non hanno portato
la tenda dei pasti. Mi aspetta la più alta notte.
“Per quanto ne so,
la regione del Kailash e Manasarovar
è la più sacra dell’Himalaya con il suo unico richiamo spirituale. Qualunque
persona, di qualsiasi razza, religione, organizzazione o comunità, con la mente
comunque disturbata, qui può trovare stabilità e sollievo.”
Swami Bikash Giri
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Lunedì 10 ottobre
La
mattina è gelida ma la luce sul Kailash è stupenda.
Si parte presto perché ci aspetta la salita al Drolma
La a 5650 metri. Parto a piedi con Jeff, Katy e Ching, mentre le signore indiane ci seguono a cavallo. Poco
dopo ci passa Prarthana e ci giunge la triste notizia
che Kavitha non si è sentita bene e torna indietro e Pallavi decide di scendere con lei, in un esemplare gesto
di grande amicizia. La salita è faticosa e forzatamente lenta per l’aria
rarefatta, ma sto bene. Mi rallegrano le decine di pellegrini che salgono con
noi. Ad una sosta un pellegrino locale, che sale
insieme ad altri due, scherzosamente mi chiede le racchette indicando un suo
ginocchio. Gli dico che ho 59 anni, che mi fa male un
calcagno e che quindi le racchette mi servono. Per fargli capire scrivo un “59” per terra. Gli chiedo quanti abbia ed indicando il suo compagno più giovane scrivo “20”. Scrive
“30” e il compagno scrive “19”. Allora gli dico che
quando avrà 59 anni gli darò le racchette. Ci
salutiamo ridendo. Raggiungiamo il punto dei morti e Ching
lascia un fagottino con le sue unghie tagliate. Simbolizza l’abbandono della vecchia
vita. Chhiring ci mostra l’impronta della mano di Milarepa su un sasso, che lui avrebbe posto sopra a quello più piccolo messo lì dall’eterno rivale Bonchung. Poi ci porta ad un
gruppo di rocce sotto le quali c’è uno stretto passaggio attraverso il quale
bisogna passare per liberarsi dai peccati commessi. Ci mostra come fare. Lo seguono
Ching, Katy e Jeff, mentre
io non mi azzardo, ai miei peccati ci tengo troppo. Arrivo in cima al passo
prima degli altri e alcuni pellegrini locali mi festeggiano offrendomi
formaggio e caramelle. Arrivano gli altri, distribuisco i Bacetti Perugina che
ho portato per l’occasione e mangiamo anche il pranzo al sacco. Poi lego il nastro
che mi ha dato Anna ad uno dei tanti fili pieni di
preghiere, mentre Jeff mi fotografa e poi vuole anche girare un breve film
incoraggiandomi a dire qualcosa, cosa che stento a fare per la commozione.
Scendendo passiamo vicino ad un lago gelato e ad una
chiazza di neve. La discesa è ripida fino ad una tenda
dove ci servono del the. Poi è più pianeggiante, cosa che non facilita il mio
calcagno. La faccia Est del Kailash si vede solo da
un punto, e comunque non è altrettanto spettacolare
delle altre. Quando arriviamo finalmente al campo
siamo stanchissimi. Il luogo però è bellissimo lungo il fiume e mi ristoro
lavandomi i piedi nella sua acqua, neanche tanto fredda.
“Non ci stanchiamo mai l’uno
dell’altra, la montagna ed io” Poesia taoista
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Martedì 11 ottobre
La
notte è stata freddissima e l’acqua del fiume è ora in buona parte gelata.
Tuttavia il sole sorge presto lungo una valle del Topchen
Chu e riscalda subito. Visitiamo subito il monastero Zuthrul Phug Gompa
dentro al quale c’è una grotta con le impronte di Milarepa. Dobbiamo aspettare il monaco che si sta riposando
dopo aver pulito il monastero in preparazione per la festa della luna piena.
L’interno è luminoso e si respira più spiritualità che in altri monasteri
tibetani. La grotta di Milarepa è bassissima e le
impronte si immaginano. Fuori c’è un branco di caproni
blu molto vicino. Ad un ruscello che scende da ovest Chhiring raccoglie in una bottiglietta dell’acqua che
scende direttamente dal Kailash. Subito prima di
uscire nella grande valle di Darchen il fiume che
costeggiamo (Dzong Chu)
s’infila in una gola ed il sentiero risale per
superarla e riappare in distanza il Gurla Mandata,
mentre il Kailash rimane nascosto. Pranziamo al sacco
e poco dopo arriviamo dove ci aspettano le jeep. Con
Jeff e Katy vogliamo completare la kora a piedi e così facciamo anche gli ultimi 4 chilometri fino a Darchen, dove
finalmente riappare il Kailash. La kora è compiuta e festeggiamo soddisfatti. Riprendiamo le
jeep e torniamo al lago Manasarovar e ci accampiamo
sulla costa Nord Est. Il tramonto sul lago è meraviglioso e poco dopo sorge la
luna piena. Dopo cena con la signore indiane e il loro
autista facciamo la kora intorno al lago che brilla
alla luna. Ci fanno compagnia diversi conigli che attraversano la strada alla
luce dei fari. Ci fermiamo un paio di volte a fare
foto e poi al monastero Gossul Gompa,
in cima ad una collina traforata di grotte. Lungo la strada incontriamo gruppi
di pellegrini che fanno la kora intorno al lago con
la luna piena. Arrivati al Chiu Gompa riprendiamo la strada asfaltata che non
costeggia il lago. La meraviglia precedente è tanta che non osiamo protestare
con l’autista. Sono contento che Kavitha e Pallavi abbiano potuto fare almeno la kora
intorno al lago Manasarovar.
“Il grande Kailash,
maestoso, con la sua cappa di neve, la luna che dai cieli lo sovrasta donano al lago le loro piacevoli ombre.” Ekai Kawaguchi
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Mercoledì 12 ottobre
La
mattina è luminosissima e vado in una vicina tenda di nomadi a procurarmi del
sale di montagna che mi è stato chiesto. Dentro c’è
una donna locale gentile e dignitosa che ha proprio quello che cerco e stento
al farle accettare 5 yuan in pagamento. Partiamo per
un lungo trasferimento di 500 km lungo la strada principale verso Lhasa fino a
Saga. Ma non c’è da annoiarsi per il paesaggio selvaggio, le antilopi, gli yak,
i passi sui 5000 metri, la montagne innevate della
catena dell’Himalaya a Sud, i laghi azzurri. Ci fermiamo a giocare in una zona
di dune di sabbia fine e poi a mangiare in un modesto ristorante in un paesino.
Ci accampiamo subito prima di Saga in un luogo non particolarmente attraente
lungo un ruscello e sarà l’ultima notte in tenda.
“L’idea di un sé e di un essere è il
monte Meru (Kailash); quando sarai liberato dall’idea
del sé e dell’essere, il monte Meru crollerà.” Hui Neng
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Giovedì 13 ottobre
E’
il giorno dell’Everest. Per arrivarci prendiamo una scorciatoia verso Sud che
costeggia il lago Peiku Tsho
e già poco dopo ci appare l’Everest circondato dal Cho Oyu e dal Makalu. Più vicino c’è il
Shisha Pangma, unico 8000
tutto in Tibet (gli altri sono al confine con il Nepal). Ci fermiamo a Thingri a pranzare e a lasciare Kavitha
in un albergo. Infatti lei non se la sente di
affrontare l’altezza del campo base. Noi invece ci arriviamo lungo una brutta
strada sterrata, dove si rompe il supporto di un ammortizzatore dell’altra
jeep. Ci fermiamo per sistemare il guaio e l’unica cosa da fare è togliere
l’ammortizzatore. Così la jeep procede più lenta e balzellante, ma senza troppi
problemi. Già passato il monastero di Rombuk l’altra
jeep buca una gomma, che viene sostituita, proprio
sfortunata. Arriviamo fino al campo di tende, da dove Jeff e
io proseguiamo con un piccolo autobus locale, fino al campo base e saliamo a
piedi su una collinetta sormontata da bandiere di preghiera da cui si gode una
splendida vista sul lato Nord dell’Everest e del ghiacciaio di Rombuk che arriva lì sotto. Torniamo al Monastero di Rombuk di fronte al quale c’è la guest
house dove passeremo la notte e dove ceniamo con la splendida vista del
tramonto sull’Everest.
“(L’Everest è
un) enorme dente bianco che cresce nella mascella del mondo.” George
Mallory
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Venerdì 14 ottobre
Si
parte prestissimo nella notte illuminata dalla luna per arrivare in tempo al
confine. Ci fermiamo a Tingri a fare colazione e
recuperare Kavitha e poi proseguiamo a Sud lungo la Friendship Highway. Ci fermiamo al
passo Lalung La a 5120 metri ad ammirare il maestoso
spettacolo degli 8000 vicinissimi. Poi la strada scende lungo una ripida gola e
in pochi chilometri il paesaggio cambia drasticamente. Dopo due settimane sopra
i 3500 metri si scende. Al confine sotto i 2000 metri il
clima e l’ambiente sono tropicali, un bel cambio. Il paese di confine dal lato
tibetano, Zangmu, si sviluppa verticalmente e, siccome i veicoli non possono passare il confine, è pieno di
camion, ma passiamo senza troppe difficoltà. Le operazioni di frontiera sono
più semplici del previsto ed attraversiamo a piedi il Friendship Bridge. Assomiglia al ponte di Berlino con
soldati che si fronteggiano da ambo i lati e francamente riesce difficile
capire perché questa frontiera cinese sia così più rigorosa di altre. Abbiamo
lasciato le jeep e troviamo un comodo pulmino che ci porta per una ventina di
chilometri fino al Last Resort, l’albergo dove
passeremo la notte. La strada dal lato nepalese è molto dissestata per numerose
frane sulle quali lavorano in continuazione. L’albergo si trova al di là di un ponte sospeso da cui gli arditi possono
cimentarsi nel bungee-jumping. Non è il nostro caso che invece ci
riposiamo nel bell’albergo fatto di tende sparse nell’umida foresta. La sera si
beve e si festeggia, ma ho già nostalgia dell’arido altipiano tibetano.
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Sabato 15 ottobre
Il
trasferimento in pulmino a Kathmandu dura qualche ora ed
offre un panorama della vita nelle montagne nepalesi più frequentate, che è
diversa da quella della valle del Karnali. Qui i
trasporti più facili, favoriscono un’agricoltura più
sviluppata e qualche attività di commercio. Dopo tanti giorni sereni, si vede
qualche nuvola, ma il tempo si mantiene buono. Arriviamo a Kathmandu prima di
pranzo e la capitale sembra un altro mondo. Per riprendermi vado a pranzo in un
simpatico ristorante mediorientale con le signore del gruppo. Il pomeriggio è
dedicato a qualche shopping, alla sistemazioni dei
bagagli e alla ripresa dei contatti con il mondo via internet. Surendra ci invita a cena in un bellissimo ristorante
nepalese con danze locali. L’atmosfera è molto piacevole e tutti ci lanciamo in
discorsi riepilogativi. Ci lasciamo anche coinvolgere nelle danze locali.
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Domenica 16 ottobre
L’ultima
giornata in Nepal è dedicata agli ultimi acquisti ed
alla visita dello stupa di Swayambunath,
detto anche tempio delle scimmie. Lo stupa è in cima
a una scalinata che diventa sempre più ripida man mano che si sale. Ci sono
turisti sia locali che stranieri e qualche raro
fedele. Compro una storia di Buddha dipinta in oro su un telo di cotone nero
per Pietro, delle pantofole per Leo e una collana per Laura. Il
resto della giornata passa sistemando i bagagli e la posta su internet.
Poi arriva l’ora dei saluti e di andare all’aeroporto. Sono già sicuro che
questo viaggio e i suoi partecipanti mi hanno lasciato
qualcosa di più che altri viaggi: mi hanno aiutato a superare le barriere che
affliggono il nostro mondo, barriere di nazionalità, di religione, di cultura,
di razza e di età.
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“La vita è un ponte,
non costruitevi sopra alcuna dimora. E’ un fiume, non aggrappatevi alle sue sponde. E’ una
palestra, usatela per sviluppare lo spirito, esercitandolo sull’apparato delle
circostanze. E’ un viaggio: compitelo e procedete!” Buddha